Aiuti allo sviluppo, l’Europa non rispetta gli impegni

Nel 1970, con una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, la maggior parte dei Paesi europei ha preso l’impegno di devolvere in aiuto allo sviluppo lo 0,7% del Pil. Nel 2001, la Commissione dell’Organizzazione mondiale della sanità su macroeconomia e salute ha raccomandato di finanziare la salute globale con lo 0,1% del Pil. Ma come sono andate le cose? I Paesi europei stanno tenendo fede agli impegni presi? Le risposte, nero su bianco, si trovano sull’ultimo rapporto di Azione per la salute globale, il network europeo di 15 ong di cui il Cestas fa parte.

Presentato a Roma lo scorso 27 novembre, il rapporto si intitola “Risultati o retorica? Tutto quello che non sapevate sull’aiuto pubblico allo sviluppo europeo per la salute”. Sotto la lente di ingrandimento ci sono proprio i fondi donati fino al 2011 dalle principali economie europee, quelle di Germania, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito, Italia e Spagna.

Il risultato? Eccezion fatta per Regno Unito e Olanda, gli altri Paesi non hanno raggiunto l’obiettivo dello 0,1% del Pil in aiuti per la salute, con inevitabili conseguenze per milioni di persone del pianeta. Basti pensare che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2011 6,9 milioni di bambini sotto i cinque anni sono morti: quasi 800 all’ora e molte di queste morti si sarebbero potute evitare se ci fossero state, in particolare nel sud del mondo, le risorse per realizzare servizi essenziali per la salute.

Alcuni dei risultati peggiori per quanto riguarda gli aiuti allo sviluppo appartengono a Paesi che possono permettersi di rispettare i propri impegni, a partire dalla Germania, che, secondo la ricerca, nel 2010 ha donato solo lo 0,032% del proprio Pil. Molti Paesi, inoltre, come la stessa Germania e anche la Francia, stanno sempre più utilizzando la forma del prestito, invece delle sovvenzioni, prestito che molti Paesi a basso reddito e medio reddito faranno poi fatica a ripagare.

E l’Italia? “Il nostro Paese ha un Pil che dovrebbe appartenere ai grandi donatori, mentre dal 2009 in poi c’è stato un taglio netto e l’Italia ha smesso di dare ciò che doveva al Fondo globale”, spiega Marco Simonelli di Action Aid. Negli ultimi anni, infatti, il contributo italiano è passato da 647 milioni di dollari del 2008 a 338 nel 2010. Nel 2011, secondo una stima di Azione per la salute globale, gli aiuti si attesterebbero intorno ai 345 milioni di dollari: un contributo pari a circa lo 0,017% del Pil, ben lungi dall’obiettivo dello 0,1%.

Come assicurare, allora, che la salute sia davvero un diritto per tutti? Se l’Europa non rispetta gli obiettivi di finanziamento, non sarà neanche possibile raggiungere i traguardi imposti dagli Obiettivi del millennio. Da qui le raccomandazioni che Azione per la salute globale fa a governi, agenzie per lo sviluppo e anche alla società civile affinché gli impegni presi vengano rispettati, con stanziamenti certi e obiettivi da programmare anno per anno.

“I governi – si legge nel rapporto – si impegnino per trovare fonti alternative che contribuiscano al conseguimento degli obiettivi, attraverso meccanismi di finanziamento innovativi come la tassa sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin Tax”.

Per saperne di più:
scarica il rapporto di Azione per la salute globale

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