Aiuti per la salute: quinto rapporto di Azione per la salute globale. Italia latitante su Aids, tubercolosi e malaria

Mentre cresce l’aiuto pubblico allo sviluppo dei 15 Paesi europei membri del Dac (i dati del 2010 appena diffusi da Ocse/Dac segnalano una cifra di 70,2 miliardi di dollari, con un aumento del 6,7%), l’Italia contrae dell’1,5% la cifra destinata a finanziare lo sviluppo. Questa diminuzione si aggiunge al taglio già operato nel 2009, “annus horribilis” per la cooperazione italiana in cui gli aiuti sono scesi addirittura del 31,4%. In sostanza, la contrazione sfiora il 35% in due anni.

Va ancora peggio nel campo degli aiuti pubblici per il settore sanitario: negli ultimi vent’anni, anche se gli aiuti mondiali per la salute sono aumentati, i donatori europei contribuiscono meno in proporzione rispetto agli altri donatori internazionali e le risorse raccolte sono ancora insufficienti. E il Belpaese latita nei versamenti dei fondi per la lotta ad Aids, tubercolosi e malaria. Questi dati compaiono nel quinto rapporto su “L’efficacia degli aiuti per la salute”, realizzato da Azione per la salute globale in vista del quarto “Forum di alto livello sull’efficacia degli aiuti per la salute” che si terrà a Busan, in Corea del Sud, dal 29 novembre all’1 dicembre 2011. In Italia, il rapporto viene presentato oggi, alla vigilia della Giornata mondiale della salute, da Aidos e Cestas insieme ad ActionAid ed è disponibile sul sito di Azione per la salute globale.

Azione per la salute globale (Afgh) – rete europea di organizzazioni non governative, tra cui il Cestas, presenti in Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna – e chiede che l’Europa aumenti i fondi per la salute globale e assicuri una politica di aiuti stabili e capaci di rafforzare i sistemi sanitari del Sud del mondo.

Di cinque Paesi europei presi in esame dal rapporto (Gran Bretagna, Francia, Spagna, Germania e Italia), solo il Regno Unito ha raggiunto il target di aiuti per la salute indicato dall’Oms per il 2010, pari allo 0,076% del Pil. Per quanto riguarda l’Italia, invece, “nel 2009 – dichiara Marco Simonelli, Hiv/Aids and health programmer di ActionAid – i drastici tagli al budget degli aiuti hanno fatto scendere il Paese al penultimo posto fra i 23 Paesi donatori del Dac. Anche gli aiuti per la salute sono scesi allo 0,017% del Pil, un valore cinque volte inferiore a quello 0,1% raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità per il 2015. E le previsioni per il futuro sono peggiori, considerando che l’Italia non ha pagato il contributo 2009 e 2010 al Fondo globale per la lotta contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria e non ha preso un impegno per il 2011-2013”.

Scarso coinvolgimento della società civile nei Paesi destinatari degli aiuti, gestione impropria degli investimenti e insufficiente coordinamento fra i Paesi donatori sono ulteriori nodi da risolvere per vincere la sfida del diritto alla salute nel Sud del mondo.

Il rapporto, costruito sulla base di ricerche di campo condotte in El Salvador, Mozambico, Tanzania e Uganda e sugli esiti di un forum online, offre un contributo di conoscenza nella corsa verso il raggiungimento entro il 2015 degli Obiettivi di sviluppo del Millennio per la salute: accesso universale ai servizi per la salute riproduttiva, riduzione della mortalità materna e infantile, lotta all’Hiv/Aids e alle pandemie. Sono in gioco diritti umani fondamentali, in particolare delle donne, soggetti attivi dello sviluppo spesso dimenticati dalla politica.

Come evidenzia Daniela Colombo, Presidente di AIDOS, partner di Afgh, “solo riconoscendo i diritti delle donne e il loro ruolo nello sviluppo economico e sociale, gli aiuti possono avere un impatto. È tempo che l’agenda dell’efficacia degli aiuti integri un approccio di genere nelle politiche per la salute e promuova azioni specifiche per l’empowerment delle donne”.

Stando al rapporto, il coordinamento internazionale degli aiuti provenienti dai Paesi occidentali non ha ancora avuto un impatto positivo sui sistemi sanitari: secondo Uber Alberti, presidente di Cestas, ong partner di Afgh, “non c’è una soluzione uguale per tutti; è necessario invece prevedere un mix di meccanismi di finanziamento, differenziati in base alle esigenze, ai contesti e alle politiche sanitarie di ciascun Paese destinatario degli aiuti”.

Altri ostacoli riguardano il mancato coinvolgimento della società civile – parlamenti, associazioni, organizzazioni, gruppi di donne – nei processi decisionali sulle politiche sanitarie dei Paesi destinatari degli aiuti. Inoltre, la “gestione orientata ai risultati”, un metodo di investimento nato per affrontare i problemi sanitari mettendo al primo posto i destinatari dei servizi, viene spesso interpretata come un metodo per condizionare l’erogazione dei fondi al raggiungimento di risultati predeterminati, che spesso sono estranei alla reale situazione del paese.

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