Conferenza internazionale sull’Aids, parola d’ordine: “Estendere le cure”

Michel Kazatchkine“Per conseguire gli obiettivi concordati in sede Onu dobbiamo estendere le cure attuali ad altre 9 milioni di persone entro il 2015”. Così il direttore del Fondo Globale per la lotta all’Aids Michel Kazatchkine. In un articolo apparso su La Stampa, Kazatchkine fa il punto della lotta all’Aids alla chiusura della sesta conferenza dell’International aids society (Ias), che si è tenuta a Roma dal 17 al 20 luglio richiamando più di 5 mila medici, ricercatori, esperti e leader politici.

Ad oggi la malattia colpisce più di 34 milioni di persone in tutto il mondo, di cui 160 mila in Italia. “Delle 34 milioni di persone sieropositive, si stima che circa 13-15 milioni necessitino di programmi di trattamento antiretrovirali, secondo le linee guida esistenti di terapia (Oms) – spiega Kazatchkine –. Allo stato, 6,6 milioni di persone dei paesi meno sviluppati godono di trattamento medico. Ciò rappresenta uno straordinario progresso rispetto alla situazione di 10 anni fa, quando i leader del G8 hanno deciso di costituire il Fondo Globale. Siamo molto al di sopra delle aspettative, a quel tempo praticamente nessun malato nei paesi in via di sviluppo era sotto trattamento anche se i farmaci più efficaci erano già ampiamente disponibili nei paesi avanzati”.

“Ma per conseguire gli obiettivi concordati in sede Onu giusto due mesi fa – aggiunge Kazatchkine – dobbiamo estendere le cure attuali ad altre 9 milioni di persone entro il 2015. Per fare questo ci vogliono risorse e più innovazione nel modo in cui si provvede alla cura delle persone. Non possiamo continuare a seguire i modelli convenzionali, pena il mancato raggiungimento dell’obiettivo”.

Un altro capitolo riguarda i finanziamenti al Fondo Globale: paesi come Stati Uniti, Francia, Norvegia e Australia li hanno aumentati, mentre l’Italia non ha versato i 260 milioni di euro promessi per il 2009 e il 2010. “L’atteggiamento dell’Italia – conclude Kazatchkine – contribuisce a diffondere una percezione di indebolimento dello sforzo di solidarietà globale proprio nel momento in cui la scienza ci dice che ora è senz’altro possibile diminuire drasticamente l’epidemia”.

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