• 2 settembre 2015

Hiv/Aids: meno ospedali, più comunità

“L’introduzione della terapia antiretrovirale, nel 1996, è stata la prima pietra miliare nella lotta contro l’Hiv/Aids. Tuttavia, la prevenzione non può basarsi unicamente su un maggiore accesso alla terapia: serve una prevenzione combinata che deve necessariamente includere sia interventi biomedici che non biomedici”. È la sintesi dell’editoriale, pubblicato dalla rivista The Lancet, di Stefano Vella, direttore del dipartimento del Farmaco all’Istituto superiore di sanità (Iss) e componente del board direttivo dell’International Aids Society.

Secondo Vella, che è uno dei più noti ricercatori a livello mondiale, la metà è vicina per porre fine all’epidemia di Hiv, “ma se abbassiamo la guardia rischiamo di sprecare tutto quello che abbiamo costruito in questi anni”. “Negli ultimi anni – ha spiegato ad Adnkronos Salute – si è allentata l’attenzione internazionale sull’Hiv, mentre c’è ancora molta strada da fare. Anche se ci sono stati tanti successi, come i 15 milioni di persone in trattamento. Ma si verificano ancora 2 milioni di nuovi casi ogni anno. È bene ricordare che se fallisce la guerra all’Aids cade un modello di lotta alle disuguaglianze e di accesso alle cure”.

I Sustainable development goals delle Nazioni Unite prevedono di chiudere la partita con l’Aids entro il 2030. Tra i problemi da risolvere, secondo Vella, c’è il prezzo della terapia “che è molto lunga e ancora costosa” avverte. Per mettere fine all’epidemia sarà necessario anche definire modelli innovativi di trattamento, che siano centrati sul pazienti e dispensati al di fuori delle strutture sanitarie. È questa la strada intrapresa dal Cestas già nel 2009 per diffondere la lotta a Hiv/Aids e tubercolosi nelle regioni di Omusati e Otjozondjupa in Namibia.

“Dobbiamo progettare e implementare nuovi modelli di cura, che anche l’Istituto superiore di sanità sta sperimentando in Africa – ha aggiunto Vella in un’intervista a Quotidiano sanità –. Le cure dovranno essere sempre più decentralizzate rispetto agli ospedali e ai centri di salute, per essere affidate alla community, ai ‘pari’. Questo è l’unico modo per mantenere aderenti al trattamento delle persone, che in quel momento tra l’altro stanno bene. C’è bisogno del supporto dei pari, della comunità. È questo il nuovo modello da implementare, perché se dobbiamo trattare 40 milioni di persone, di certo non possiamo contare sugli ospedali”.