Un otto marzo di protesta

Lavoro, maternità, informazione, diritti e solidarietà per le donne e per gli uomini della sponda sud del Mediterraneo che lottano per la democrazia e la libertà. Sono queste le parole d’ordine della nuova manifestazione promossa dal coordinamento Se non ora quando, che l’8 marzo torna nelle piazze di Italia, invitando tutte e tutti “a ridare valore alla Giornata internazionale delle donne”.

Sotto le Due torri l’appuntamento è in piazza Maggiore a partire dalle 18.30 con il presidio lanciato dal collettivo “Né per bene né per male. Unite diverse e libere”, che ha organizzato anche la mobilitazione – partecipatissima – dello scorso 13 febbraio. “Siamo singole, aggregazioni informali, associazioni annose e nuovissime – si presentano -. Siamo femministe e lesbiche, donne che si richiamano ai movimenti di donne nel sindacato e nelle forze politiche. Siamo giovani e non, migranti e native, laiche e credenti che abitano spazi comuni fisici o virtuali o vivono in casa”.

Cestas anche questa volta ci sarà e le ragioni le spiega il presidente Uber Alberti: “Questa Giornata dà a tutti noi l’opportunità di farci sentire e di reclamare uguaglianza, pace e sviluppo. Crediamo che fino a quando gli uomini e le donne non si uniranno nella lotta per garantire pieni diritti, è improbabile trovare soluzioni durature e socialmente condivise”.

“Negli ultimi decenni è stato fatto molto – continua Uber Alberti -. A livello globale le donne hanno conquistato un maggiore accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, la loro partecipazione alla politica e al lavoro remunerato è aumentata, molti paesi hanno adottato disposizioni legislative e regolamentari che garantiscono pari opportunità e rispetto dei diritti umani”. Contemporaneamente, però, “le donne continuano ad essere vittime di abusi, stupri e la violenza domestica resta tra le principali cause di disabilità a livello mondiale e di morte nelle donne in età fertile”.

Per questo, aggiunge il presidente di Cestas, “l’8 marzo sarà l’occasione per riflettere sui risultati raggiunti e su tutto quello che resta da fare per una partecipazione ancora più attiva delle donne nella gestione della politica. Ciò implica una trasformazione radicale della struttura della famiglia e della società – conclude Alberti -, perché solo cambiando le pratiche sociali, ridefinendo le forme valoriali e legittimando le pratiche egualitarie e democratiche, le donne possono avere il giusto ruolo nella vita pubblica, politica ed economica. E se non ora, quando?”.

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